Ci sono Bands che bruceranno la loro
esistenza all’ombra di un utopico ed irraggiungibile successo. Bands che, quale
unico premio alle loro fatiche, avranno per l’eternità nient’altro che un
fugace pasto alla buona dentro una squallida stanzetta d’albergo. Relegate a
girare gli States a bordo di un vecchio Volkswagen Transporter scassato, indugeranno
sulla strada tra piccoli e fumosi club, misti d’una manciata di alcolisti
anonimi e pochi irriducibili appassionati. I loro album patiranno un’infinita
serie di ristampe, senza per questo riuscire a vendere una sola copia. Ma è fuori
dal tempo e lontano dallo spazio, di notte, tra la luce dei lampioni che
illumina la linea di mezzeria di un’autostrada solitaria e il tachimetro impolverato
che spinge i pneumatici ai limiti del concesso, che il loro sound trova dimora
ed esprime appieno il proprio – trascurato – potenziale. Prodigheranno piccole
gemme che sono storie di sconfitta, di solitudine ed emarginazione sociale,
aneddoti di eterna insoddisfazione verso tutto ciò che ci circonda e che
inevitabilmente sfugge al nostro controllo.
La copertina di Right on time (2006)
I Brought Low, guidati dal talentuoso chitarrista e cantante Benjamin Howard Smith, sono una di queste Bands. Newyorkese di provenienza ma decisamente “southern” in quanto a stile, la formazione completata da Nick Heller alla batteria e da Robert Russell al basso porta a maturazione il proprio sound a 5 anni di distanza dall’omonimo album di debutto “The Brought Low” (2001) distribuito dalla Tee Pee Records, album in cui avevano già impostato un primo timido, discreto tentativo di riproporre in chiave post-11 settembre un old-school rock alla Aerosmith-prima-era. Con questo secondo lavoro, “Right on Time” (2006), che segna l’inizio della (speriamo lunga e felice) collaborazione con la Small Stone Records (Dixie Witch, Five Horse Johnson, Green Leaf, Sasquatch), i nostri mettono a segno un vero e proprio colpo da biliardo ascrivibile a tutti gli effetti tra i piccoli capolavori di nicchia da portare nell’isola deserta dei naufraghi del Southern Rock. L’album è magistralmente congegnato dal primo all’ultimo brano, con sonorità caratterizzate da un’impronta sobria ma decisamente rocciosa, tra accattivanti riff di chitarra che ti lasciano quella gustosa sensazione dell’essere senza tempo ed una sezione ritmica che intesse un groove incessante, “pieno” e perfettamente amalgamato ai temi-guida architettati da Smith. Smith che, tra l’altro, rinviene tutto il rinvenibile da una voce – diciamoci la verità – non indimenticabile ma pur adattissima ai temi lamentosi e tormentati del disco, fatti di amore viscerale per la strada, di notti insonni consumate all’angolo di una desolata banchina della subway di New York, o agitandosi tra i cuscini del letto d’una squallida periferia.
Robert Russell (bass)
A Better Life apre l’album come fosse un pugno allo stomaco; la cupa chitarra acustica di Smith introduce un accattivante e coinvolgente riff chitarristico, poderosamente supportato da un duo basso-batteria che cavalca il pezzo tra stacchi degni d’una perfezionata riproposizione del Red Album dei Grand Funk Railroad. La canticchiabile Hail Mary ci conduce verso un ambiente più “vintage”, ispirandosi a un’impronta in stile Lynyrd Skynyrd à-la Street Survivors, con un pianoforte che contribuisce a rendere il pezzo decisamente più orecchiabile, pur in presenza della chitarra di Smith che continua a farla sempre ed inevitabilmente da padrone. Ma Hail Mary è un pezzo ingegnosamente posizionato allo scopo di far balzare dalla sedia il poveraccio che si imbatte nella successiva This Ain’t No Game, vale a dire la più incazzata essenza dei Rolling Stones che ci urla in faccia in modo palese quanto il Southern Rock si sia sempre ad essi ispirato, una cavalcata senza sosta in fuga da ciò che volete voi, purchè sia un qualcosa che vi trasmette inquietudine. Il brano comunica in modo sconvolgente come il “suonare semplice” sia il modo più efficace per arrivare dritto al cervello.
Il rock‘n’roll cammina su strade dritte.
Da sx: Robert Russell, Nick Heller, Ben Smith: The Brought Low
Vado a bermi un bicchiere d’acqua, e mi strofino la fronte con un panno umido, ma non c’è pace per me, povero ascoltatore indifeso, quando Tell Me mi colpisce… Ok, è vero, il testo a questo punto è davvero imbarazzante, ma come resistere al trascinante riff di Smith che cerca di seminare i suoi senza riuscirci? Lo seguono come un’ombra, anche quando si avventura in uno “special” alla Allman Brothers Band in stile Jessica. Le note di chitarra mi entrano in testa come un ossesso, e dovrò fare una cura povera di fosforo per togliermele dalla zucca. L’album scorre come uno straight whisky con ghiaccio, passando per una Dear Ohio in rispolverato stile Neil Young di Cinnamon Girl, e una Throne con quel basso impastato e tetro che rievoca gli incastri di Geezer Butler in Supernaut di Black Sabbath Volume Four, per arrivare alla celebrata Vernon Jackson, cui va l’attributo di radio-hit dell’album grazie all’essenziale ma ficcante motivo chitarristico e al songwriting, stavolta efficace e sostanzioso, di Smith. Shakedown è il piccolo momento di gloria per il bravo batterista e membro fondatore della Band Nick Heller, che mette in mostra uno stile sobrio ma originale, mai invasivo ma cruciale nel contribuire al sound dei Brought Low. Il brano va dritto come un treno in modo trascinante, e la possente conduzione percussiva genera quell’impulso irresistibile – concesso ahinoi solo a chi ha i capelli – di scuotere incessantemente la chioma su e giù al ritmo del pezzo, come fanno oggi i giovani teenagers a un concerto dei Dark Tranquillity.
Copertina del 1. album omonimo, The Brought Low (2001)
Arrivo quasi con le ossa rotte alla fine dell’album, ma non ho ancora finito di patire le pene dell’inferno perché proprio quando sembra che la quiete mi si adagi attorno dopo la tempesta, Blues for Cubby – l’indiscutibile e sontuoso capolavoro dell’album – mi ferisce in ogni mio punto come fossi vittima di un pacchetto di mischia di rugbisti neozelandesi. È proprio come dice il pezzo, non c’è bianco o nero che tenga, ne giusto o sbagliato che sia… i Brought Low non propinano canzoni di protesta, ma raccontano solo di un fucile nella notte che hai piantato in culo e dal quale inutilmente tenti di fuggire.
Evviva il canto della disperazione.
3. e ultimo album alla data in cui scrivo, Third Record (2010)
Con la distesa e malinconica There’s a Light si chiude infine il sipario, e giungiamo al termine del nostro viaggio… ma è una ballad che mi fa pensare a quell’aereo che il 20 Ottobre del 1977 cadde dal cielo sulle paludi di Gillsburg, MS, bruciando la vita di Ronnie Van Zant e con questa la folle speranza che il Southern Rock vivesse per sempre anzichè consumarsi come l’effimero volo di una farfalla accecata dalla luce. Bands come i Brought Low sanno ridare linfa a quell’erba bruciata, ed io vorrei sperare che Warren Haynes dei Gov’t Mule o Chris Robinson dei Black Crowes si siano anch’essi malauguratamente imbattuti in questa esplosiva miscela di energia e groove che sono i Brought Low, perché i loro pezzi gareggiano alla pari di molti brani-culto dei Mule o dei Crowes. David Bowie non ce ne voglia, ma possiamo a ragion veduta mandarlo a spendere nell’asserire che se Right on Time fosse stato prodotto 10 anni prima, David Lynch avrebbe eletto A Better Life, Blues For Cubby e This Ain’t No Game a perfetta colonna sonora per il suo Lost Highways.
Non mi sarei mai imbattuto nei Turchi se non fossi stato uno di quei
tipacci che leggono il Busca in maniera più che assidua. Ma trattandosi di un
dato di fatto - rifornisco costantemente le mie energie musicali nutrendomi di
recensioni di una delle poche riviste (forse attualmente l’unica in Italia) che
considero di un certo livello - nel numero di Giugno 2013 un'articolo niente
poco di meno che del mitico Paolo Carù mi incuriosisce a tal punto da spingermi
ad acquistare tutti e 3 i digital downloads, ad oggi esistenti, di questa Band
proveniente dalle contee di Panola, Tate e Marshall, profondo Sud, Mississippi.
L’accostamento fatto ai Turchi dal Busca è al sound di grandi esponenti del blues del
delta, andati ed attuali, quali Fred McDowell, R.L. Burnside, Junior Kimbrough
e Kenny Brown, nonché ai North Mississippi Allstars di Luther Dickinsonn ed ai
Drive-By Truckers. Una formazione che nasce alla fine del 2011 e che, come in
una fulminea pellicola, produce un album live di ottima fattura, nonché un
album in studio full-length più un EP praticamente in meno di due anni.
Ma andiamo con ordine.
Formazione che ruota attorno alla
figura del suo leader Reed Turchi (composizione
dei pezzi, voce e chitarra solista) - padrone della tecnica slide e delle scale
blues al punto da rendere tali elementi la costante del sound della Band - che
unisce le forze con l’ottimo batterista Cameron
Weeks, dal tocco “Bohnamiano” e presente, in grado di conferire senza
troppi fronzoli un groove bello “dritto” ed efficace alle canzoni infilate
all’interno di questi tre dischi. Attorno a loro si alternano una serie di
altri musicisti; in particolare si avvicendano al basso, in un via-vai
piuttosto veloce, vari musicisti della scena locale prima di arrivare all’assestamento
attuale con Andrew Hamlet. Il power
trio così composto si avvale poi della collaborazione di John Troutman a sostegno di Reed Turchi alla seconda chitarra e
pedal steel, e di Brian Martin
all’armonica.
E veniamo ad alcune
considerazioni sul sound.
L’ascolto dei tre album è
senz’altro piacevole. Delta blues e southern rock sono le etichette che senza
dubbio mi sento di attribuire alle loro sonorità. La voce di Reed Turchi è
molto aspra e “cattiva”, mi fa venire in mente quella di Dan Auerbach dei Black
Keys, o meglio ancora quella di Fredrick "Joe" Evans IV dei Left Lane
Cruiser, forse un po’ meno strozzata dal whiskey di quella del secondo. Ma i
Turchi sono tecnicamente più dotati di Band come i Left Lane Cruiser, i Black
Moses o i Bassholes (non a caso sto facendo un accostamento ad esponenti del
c.d. “punk blues”), che prendono a prestito le sonorità del delta per tradurre
in chiave vintage le loro radici essenzialmente punk. Non è un violentare le
chitarre ed alzare il livello dei decibel fino a rasentare atmosfere da live
dei Sex Pistols, i Turchi sono più puliti e suonano bene, prendono il blues e
lo declinano nel migliore dei modi, in chiave “moderna” se vogliamo,
preservandone però la durezza e l’efficacia. Lo suonano in modo “serio”, se
vogliamo. Effettivamente il paragone ai North Mississippi Allstars calza molto
bene, ed in un ideale spettrometro che pone agli estremi le influenze dei
Turchi, metterei i Black Keys a sinistra ed i NMA a destra, con una forte
tendenza verso il polo di destra.
La prima produzione dei Turchi è “Road ends in water” (2012), album registrato
in studio con la collaborazione di Luther
Dickinson alle chitarre. Come scrivevo, pezzi molto “dritti” ed essenziali
con una sezione ritmica efficace ed affiatata. Colpiscono, fra gli altri, Dr. Recommended (Satisfaction Guaranteed),
pezzo “piantato a terra” e “strisciante”, e Junior’s
Boogie, da “piangi sulla tua birra” che mi riporta alle atmosfere dei
Little Feat di Lowell George. In generale, voti ottimi per tutte le canzoni,
purchè la predisposizione all’ascolto di questo album non sia quella di
attendersi qualcosa di originale e di nuovo. I Turchi suonano il blues e lo
sanno fare bene, rivisitano con grande tecnica capitoli già scritti, ci mettono
qualcosa del loro, ma non inventano l’acqua calda; capacità che peraltro, di
solito, non è prerogativa dell’appassionato ascoltatore di southern rock e
delta blues, che va piuttosto alla ricerca di Band come questa che hanno le
credenziali per saper ripercorrere con sicurezza le polverose strade, già
battute dai Grandi Maestri, del Blues con la B maiuscola.
Discorso che si può riproporre in
maniera quasi del tutto integrale dopo l’ascolto di “Live in Lafayette” (2013), registrato dal vivo all’Atmosphere di Lafayette. A credito di
questo album c’è da evidenziare che si
tratta di un live registrato assolutamente in presa diretta e senza il minimo
ritocco, quello che si sente è quello che viene fuori dal cuore di questi
cinque intrepidi bluesmen avvezzi al mestiere. Non menano affatto il can per
l’aia, i Nostri, vanno sparati al dunque con pezzi come Big Mama’s Door (pezzo di apertura, bellissimo riff di Reed Turchi
e stomp trascinante di Cameron Williams), Don’t
Let The Devil Ride (mettiti in macchina e guida in una strada senza luci
senza aver rigorosamente idea di dove tu stia andando), e Shake ‘Em On Down (qui sembra di essere sotto il palco dei North
Mississippi Allstars a Bonnaroo 2004, quando registrarono un live
dall’intensità simile, e forse sì anche superiore, quell’“Hill Country Revue”
che rimarrà per sempre uno dei più grandi album live della storia del Southern
Rock).
Ascolto infine l’EP “My Time Ain’t Now” (2013) dove i
Nostri cercano di sperimentare qualcosa di leggermente diverso dal puro blues
del delta. Colgo un maggior impegno lirico, mi piace fra gli altri la ballata Any Other Way. C’è oltre al blues una
buona dose di folk, che riporta alcune atmosfere dell’EP quasi vicino a Bob
Dylan e a The Band.
Nel complesso sono contento,
ancora una volta, di aver comprato il Busca… che finchè c’è da scoprire nuove
Bands dalla penna di chi ne sa, c’è da fidarsi. Una Band che non passa
inosservata, e che vale la pena sedersi ad ascoltare se ti ci imbatti in un
piccolo live club di periferia sperduto tra i sobborghi metropolitani di una
qualche città del profondo Sud. O magari far partire l’album mp3 acquistato su
Bandcamp, comodamente seduti sulla poltrona di casa, o infine avendo la fortuna
di ritrovarseli in Italia, come hanno fatto nel 2013 nel corso del loro
brevissimo tour in Europa (tra le altre date italiane, in locali come l’Unaetrentacinquecirca
di Cantù, e l’Init di Roma, ottobre-novembre 2013).
Provo una certa emozione nel recensire questa Band, perché si tratta della bio che più volte nella mia vita ho provato a scrivere per poi successivamente averne perso ogni traccia di semilavorato, così da doverla ricominciare di nuovo, n (dove n in ambito non matematico sta per “non so quante”) volte. Rileggo fieramente il post sul mio blog quasi fosse il coronamento di un’impresa epica.
Detto ciò, parliamo di questi quattro ragazzi di Yukon che tra la seconda metà degli anni ’90 e tutto il primo decennio del 2000 si sono conquistati una discreta fetta di notorietà nel panorama country-rock americano, soprattutto all’interno dell’area Texas-Oklahoma, proponendosi fra i maggiori elementi di spicco di quello che fu definito il filone “Texas Dirt” del new country contemporaneo.
Identifichiamo subito il genere: Country-rock bello energico e orecchiabile, ben suonato ma oggettivamente senza particolari pretese, portato avanti seguendo quella che a mio avviso è una giusta linea-guida, non solo in ambito musicale, e cioè “play simple”, “fai le cose semplici”. Potrei partire on the road e stare fuori un mese guidando giorno e notte riempiendomi la mia chiavetta mp3 solo con l’intera discografia dei Cross Canadian Ragweed. Pezzi da fischiettare e di cui ricordare i semplici riff chitarristici; chi ha ascoltato, o ascolta i Reckless Kelly piuttosto che Dierks Bentley o Stoney LaRue, sa sicuramente inquadrarli all’interno di questo cluster di Band.
Il nome Cross Canadian Ragweed è una rielaborazione di quelli dei tre membri fondatori della Band, Grady Cross (Guitars), il front-man nonché elemento di maggior spessore compositivo Cody Canada (Vocals, Guitars), e Randy Ragsdale (Drums). Nulla a che vedere, dunque, con l'acronimo dei leggendari Creedence Clearwater Revival, nemmeno da un punto di vista di affinità musicale (Cross più vicini al pop rock di quanto non lo fossero i Creedence, che per una larga parte della loro produzione discografica si sono tenuti sempre all’interno del genere country blues).
I Nostri si formano come detto a Yukon, Oklahoma, nel 1994, ma decidono ben presto di stabilire il loro headquarter nella città universitaria di Stillwater, da molti definita la “Austin del Nord” grazie al fermento artistico che si respira in città. Conquistano ben presto un massiccio seguito in ambiente studentesco e trovano ospitalità in numerose trasmissioni radio locali, grazie alle quali il loro primo album “Carney” (1998) arriva già supportato da un buon giudizio della critica e recepito da un folto seguito di appassionati pronti ad acquistarlo. Spiccano in questo album i pezzi Hey Hey, allegra cavalcata al galoppo in cui la fanno da padrone i bei fraseggi di chitarra tra Canada e Cross, Help Me (Get Over This Mountain) anch’essa orecchiabile e semplice, le due ballad strappalacrime Jenny e On You Own, e infine quello che a mio avviso è il pezzo più bello e architetturato dell’album, Proud Souls che parte con un’intro folk alla Bob Dylan e si distende in una ghost track di animo country alla Chris LeDoux.
Sulla scia del buon successo commerciale ottenuto con il primo album, esce l’anno successivo “Live And Loud @ The Wormy Dog Saloon” (1999). L’etichetta indipendente Underground Sound, da essi stessi gestita, produce anche il secondo album in studio “Highway 377” (2001). Album più rockeggiante del primo, è ben identificabile in pezzi più “nervosi” come Forty-Two Miles o Long Way Home, oltre a del materiale anche questa volta orecchiabile e “da radio airplay” come la title-track Highway 377 o Back Around.
Il terzo album in studio, l’omonimo “Cross Canadian Ragweed” (2002), dedicato a Mandy Ragsdale sorella del batterista Randy e morta in un incidente stradale, ottiene un successo su larga scala a livello nazionale. E’ un album decisamente bello e riuscito, probabilmente il migliore dei CCR se dovessi sbilanciarmi, vario dal punto di vista degli ingredienti utilizzati, ma forse nel complesso più “rock” degli altri. Basti ascoltare Don’t Need You che sembra quasi un pezzo dei Black Crowes… L’album contiene anche delle ballad assolutamente fantastiche come ad esempio Carry You Home, e richiami all’amato country rock che li ha resi popolari in tutto il Sud, come Walls Of Huntsville.
Successo commerciale che continua anche con l’album seguente “Soul Gravy” (2004), che proietta i quattro di Yukon al quarto posto della classifica Billboard. Tuttavia a parte il successo di vendite, a mio avviso, si tratta di un album che rispetto alle produzioni precedenti li vede un po’ più sottotono e con meno ispirazione; salverei solo due o tre pezzi, in particolare Hammer Down, Flowers (bellissima ballad) e Too Far Gone (una sorta di “Jam Session in studio”, ascoltare tutto fino anche alla ghost track!).
Nell'ottobre 2005 la Band pubblica l’album “Garage” che grazie al singolo "Fightin 'For" li fa volare nella top 40 delle classifiche nazionali, raggiungendo la posizione n.39 , così come "Dimebag", un omaggio a Darrell Abbott chitarrista fondatore dei Pantera. A mio avviso i pezzi più belli dell’album sono Blues For You e la riuscitissima cover di Bo Diddley Who Do You Love, in cui finalmente i Nostri sfoggiano a tutti gli appassionati di Southern come me, la capacità di saper avere a che fare con le slide e con il Blues del Delta.
I CCR navigano oramai a gonfie vele, forti anche di un’attività di Touring instancabile che verrà immortalata dall’album doppio del 2006 “Back To Tulsa - Live And Loud @ Cain’s Ballroom”, registrato “in casa Oklahoma” il 31 ottobre 2006. La Band ha la possibilità di duettare, in questi anni di notevole successo commerciale, con star della musica country come Dierks Bentley e Stoney LaRue, piuttosto che Mickey & The Motorcars e Reckless Kelly.
Nel 2007 i CCR tornano in studio a San Diego, California, per registrare “Mission California”, la loro sesta produzione di inediti. Qui ci sono spunti interessantissimi che avvicinano i CCR ai Reckless Kelly piuttosto che a Dierks Bentley, siamo in ambito country rock in cui i ballerini di line-dance possono sfoggiare i loro passi a suon di piroette e batter di stivali al suolo: ascoltare Record Exec, e I Believe In You (il testo recita “I believe in kharma, I believe in soul, I believe in heaven, I believe in rock ‘n’ roll… I believe in wrestling, I believe in sleep, I know I ought to quit now, but I believe I’m in too deep!!!”).
Il 2009, quindicesimo anno di attività della Band, vede infine l’uscita del settimo e ultimo album in studio, “Happiness And All The Other Things”. Bellissimo il pezzo Blue Bonnets, ballad che Cody Canada dedica al suo figlio maggiore Dierks.
Nel maggio 2010, infatti, i CCR annunceranno una pausa dalla loro attività di touring nonché di produzione discografica. In un comunicato stampa, il batterista Randy Ragsdale spiegherà la motivazione “ufficiale” per cui la Band prenderà tempo dai palcoscenici e dagli studi: "In questo momento abbiamo bisogno, io in particolare più degli altri, di stare a casa con le nostre famiglie, per quanto mi riguarda soprattutto a causa del fatto che mio figlio JC sta soffrendo di problemi di autismo”. Ragsdale dichiarerà anche di aver spronato gli altri a continuare senza di lui, ma Cody Canada, il leader della band, ha controbattuto: “Abbiamo sempre detto fin dall'inizio, siamo CCR se uniti in 4, o non lo siamo affatto”. La realtà che affiorerà in seguito, tuttavia, sembrerà essere un'altra… il gruppo si è sciolto soprattutto a causa di divergenze artistiche non meglio specificate e di contrasti sulla gestione “di business”, delle finanze della Band, che ha messo in particolare Ragsdale in opposizione agli altri. Lo dichiarerà Cody Canada in un’intervista del 2010: “Volevamo tutelare il nome della Band, ma c'era una persona che non era felice da un punto di vista artistico e di business, riguardo come stavano andando le cose”.
Nel settembre 2010, i CCR organizzano il loro ufficiale “Last Call Show” al Joe’s Bar di Chicago, IL, tutto esaurito, dichiarando che “per quanto ci riguarda, questo sarà il nostro ultimo concerto”.
Dopo lo scioglimento dei Cross Canadian Ragweed , Cody Canada e Jeremy Plato (bassista dei CCR) continuano tuttavia a collaborare instradando un progetto molto simile a quello dei CCR, The Departed, avvalendosi del batterista Dave Bowen, del chitarrista Seth James e del tastierista Steve Littleton; i cinque pubblicheranno subito il loro album di debutto nel giugno 2011. Sempre nel 2011, il batterista Randy Ragsdale torna a Yukon e si mette a suonare con Stoney LaRue. Gary Cross, infine, si mette a gestire un locale live a Yukon.
Ride & Rock
D.M.
Discografia
Carney (1998)
Live @ The Wormy Dog Saloon (1999)
Highway 377 (2001)
Cross Canadian Ragweed (2002)
Live And Loud @ Billy bob’s Texas (2002)
Soul Gravy (2004)
Garage (2005)
Back To Tulsa: Live And Loud @ Cain’s Ballroom (2006)
Si potrebbe imbastire un più
esauriente discorso per una Band come i Black Creek - un solo album ma di sostanza - che non per altre dalle produzioni discografiche incentrate
sulla quantità - ma mediocri - a cavallo tra vari decenni...
I Black Creek, vale a dire: il volo di una farfalla che muore accecata dalla
luce.
Un solo album, "Live From Gainesville" registrato dal
vivo il 25 Aprile del 1995 all’Acrosstown Repertoire di Gainesville, nella loro
nativa Florida. 9 pezzi al confine tra Allman Brothers Band e Sea Level, una
lezione di come si suona in Jam, architetture melodiche perfette e totale
spazio all’improvvisazione che ha deliziato gli appassionati di Southern Rock (come
me) imbattutisi - quasi per caso - nell’incontro con questa formazione.
Lato mio, conobbi i Black Creek
alla fiera del disco usato e da collezione di Bologna del 2010. Quella mattina ero
a caccia di rarità Southern già da una manciata di ore, in giro al setaccio
tra i banchetti più “di nicchia” della fiera… I banconisti che hanno roba buona,
e che possono interessarti, li riconosci al volo da quell’espressione navigata
e sorniona sotto la fronte stempiata, barba incolta, di qualche nerd-musicale
di mezza età. Incoraggiante percepire un interlocutore dalla calata veneta o
toscana, ma soprattutto emiliana; i migliori intenditori si trovano da quelle
parti, rigorosamente provenienti dalla provincia. Poi, una volta ingaggiato il
discorso e la ricerca del consiglio, devi andare un po’ sulla fiducia, e
constatare a casa se il tuo sesto senso ti ha aiutato ancora una volta oppure
no.
I nomi della line-up che leggo
sulla cover del cd, comunque, non mi sono nuovi e mi incoraggiano ad avere
delle ottime aspettative. Leggo della presenza di Cameron Williams (Guitars/Vocals)
e di Richard Proctor (Drums), successivamente in forza agli ottimi Tishamingo, Band che coniuga una vena blues alla Derek Trucks con testi alla Ronnie Van Zant, e che mi viene spontaneo accostare agli Steepwater piuttosto che ai North
Mississippi Allstars. Poi leggo con sorpresa che il chitarrista solista è uno
dei miei preferiti Sliders del Sud, Ryan Newell attualmente in forza ai Sister
Hazel, sicuramente più commerciali ma non meno musicalmente dotati delle Bands
appena citate. Non conosco invece Randy Goodgame (Piano/Hammond),
successivamente avventuratosi in una carriera solista nell’ambito del Christian
Rock, e Jason McDaniel (Bass), oggi proprietario di uno studio di registrazione
a Boulder, CO, The Coupe Studios. Leggo che prima di questo live, i Black Creek
avevano inciso un solo demo tape, un “Self titled” di 4 pezzi del 1993 (disponibile
solo su musicassetta!), oggi letteralmente introvabile.
L’ascolto del cd è una bomba: 55
minuti di Jam session senza la minima falla, sembra di riascoltare una
declinazione ben riuscita di “Live at Fillmore East” degli ABB… “Confused blues”
dà subito spazio alla grande tecnica chitarristica di Ryan Newell, alla vena
improvvisativa di Randy Goodgame al piano ed alla potente voce “alla Jimmy Hall”
di Cameron Williams… “Movin’ on” è più orecchiabile e distesa, ricorda le
sonorità di “Jessica” degli Allman, tanto per citarli per la
cinquecentesima volta. “Shakerag hollow” sembra a tratti quasi un pezzo di Pat
Metheny, lascia spazio alla forte vena jazzistica del quintetto. Ma il cuore
dell’album sono a mio avviso i due pezzi centrali, da cinque stelle: la
lunghissima cavalcata “Black Creek Jam”, 10 minuti e mezzo letteralmente
perfetti e senza sbavature, e “Peachy clean”, ovvero l’animo country alla
Marshall Tucker dei Nostri. Non può mancare una ballad strappalacrime come “Southern
spirits” e un’altra epica Samarcanda improvvisativa come “Done enough”. Ryan
Newell scatena di nuovo la sua slide in “Old man”, ed infine i Nostri chiudono
con distensione in un’ultima “nostalgica” jam di 7 minuti e mezzo in “Tennessee
mountain angel”.
Il live è dall’esecuzione semplicemente
perfetta. Peccato i Black Creek non abbiano registrato nulla in studio e non
abbiano continuato sulla falsariga di questo progetto, magari impostandolo
anche solo come “Band da vacanza” a margine dei più riusciti progetti
Tishamingo/Sister Hazel etc…
Se piace il disco (non chiedetemi
come trovarlo, io ci sono riuscito quasi per caso, magari su amazon si trova qualcosina fate un po’ voi…) consiglio
l’ascolto di una Band simile chiamata The Grapes, in particolare nell’album “Private
stock”, sempre del 1995, sempre un southern rock in odor di Allman Brothers. Il
vantaggio di questa Band è che almeno potrete trovare una produzione
discografica un po’ più consistente rispetto a quella dei Black Creek, 4 album
tra il 1991 ed il 1997. Lo svantaggio è che anche il materiale dei Grapes, come
quello dei Black Creek, è pressoché introvabile.